Incontro con Massimo Delle Cese
Incontro con Massimo Delle Cese
intervista a cura di Alessandro Minci
Può raccontarci del suo percorso musicale? Quando ha iniziato a suonare la chitarra e come si è sviluppata la sua carriera fino a oggi?
Come quasi tutti, immagino, ho iniziato intorno ai 7-8 anni per cultura familiare, un amico musicista di famiglia che mi ha dato i primi approcci allo strumento. Di lì poi l’incontro in aereo con tra Mario Gangi e mio padre (mio padre era comandante Alitalia) e l’inizio a 11 anni di un lavoro strutturato, dapprima con Carlo Carfagna al Conservatorio Santa Cecilia e poi con lo stesso Gangi. Di seguito i primi concorsi da adolescente, poi le masterclass con Barrueco, i primi concerti, concorsi più importanti e… be’ sarebbe troppo lungo da raccontare!
Che cosa l'ha ispirata a scegliere la chitarra classica come con strumento principale?
È stata una casualità: avevo ricevuto in regalo una mini chitarra da una zia di ritorno da un viaggio in Spagna, suonavo a orecchio qualcosa che piaceva a mia madre, la melodia della colonna sonora di un film di Claude Lelouch… e così “perché non prendere qualche lezione?” E di lì a poco la curiosità e la passione.
Qual è l'aspetto più gratificante del suo lavoro come docente di chitarra in conservatorio?
Il fatto di condividere le esperienze e i progressi dei ragazzi e il loro entusiasmo che mi trasmettono una grande energia: si impara molto proprio insegnando e cercando di individuare come risolvere aspetti tecnici da coniugare con la ricerca e la conquista dell’espressività personale di ciascuno, via via sempre più raffinata.

Come descriverebbe il suo approccio didattico? Ci sono metodi o tecniche specifiche su cui fa particolare affidamento?
Tendo a far conquistare quanto prima e meglio possibile il controllo tecnico con esercizi e su brani semplici e brevi: senza le mani in ordine, non è utile affrontare brani impegnativi, anzi, si corre il rischio di magnificare difetti e cattive abitudini, ma la cosa appagante e divertente è che non è mai una cosa ripetitiva. Ogni studente ha le proprie peculiarità positive o quelle da tenere sotto controllo e lavorare insieme per migliorare, considerando che questo aspetto varia comunque da studente a studente, quindi in ogni caso va tutto coniugato con chi hai di fronte! Ho sviluppato nel tempo una serie di esercizi avanzati ma pochi, semplici, mirati ed efficaci, materiale di un manuale di tecnica che non finirò mai di scrivere ahahahah!
Quali sono le sfide principali per gli studenti che scelgono di studiare la chitarra classica a un livello avanzato?
Oggigiorno la concorrenza è altissima e spietata. Credo che ci si debba render conto da subito del livello che si deve raggiungere per ottenere qualche chance di riuscire ad emergere e farsi strada tra i tanti e bravi giovani chitarristi già in carriera. Quindi, penso che l’aspetto principale sia capire presto i propri obbiettivi, tracciare un progetto artistico da perseguire e realizzare, con il quale proporsi all’attenzione del pubblico, dei media e dei social, sfruttando le opportunità che oggi abbiamo a disposizione in quanto a comunicazione, velocità, contatti e relazioni personali. E soprattutto non mollare mai! Ma tutto questo non deve portarci fuori percorso: non è solo l’aspetto di performance che deve assorbire lo studente, l’obbiettivo finale è la musica, la capacità di trasmettere emozioni al cui servizio ci sia la solidità tecnica.
Secondo lei, quali sono le qualità più importanti che uno studente di chitarra classica prima e meglio possibile dovrebbe possedere o sviluppare per avere successo?
Un cervello, una testa che funzioni innanzitutto (orecchie incluse ovviamente), ricettiva e attenta a sviluppare quanto prima un metodo di studio il più efficiente ed efficace possibile, seguendo i consigli del proprio insegnante e comprendere che si sta lavorando in team. Un ottimo docente non serve se lo studente non “risponde” adeguatamente e viceversa!
Come riesce a mantenere viva la passione e la motivazione nei suoi studenti, soprattutto durante gli studi più intensivi?
Impegno (non amo utilizzare il termine sacrificio, è un’accezione lessicale negativa,,,), curiosità, ascolto, imparare sempre: questo è ciò che faccio tutt’ora anch’io. In più assistere alle lezioni dei compagni durante le quali si continua a imparare e speculare su quel che magari non è capitato di approfondire durante la propria lezione. Chi fa lezione e poi scappa via non lo capisco…
Come vede l’evoluzione della chitarra classica nel panorama musicale attuale? Ci sono nuovi stili o influenze che stanno entrando nel repertorio tradizionale?
Personalmente, accanto al repertorio più tradizionale, ho iniziato a inserire nei miei programmi anche autori/chitarristi di altra provenienza artistica come Tommy Emmanuel, Pat Metheny… musicisti che adoro insieme a tanti altri e non meno validi. Non credo che sia nobile solo la musica classica o quella del repertorio classico e più conosciuto, tra l’altro, spesso ripetitiva, troppo distante nel tempo e nella storia. A volte per far capire una frase, un respiro ecc ecc prendo ad esempio canzoni di Arisa, Giorgia e altre melodie… partire da ciò che è più vicino ai giovani porta spesso a comprendere meglio il passato, non il contrario.
Ha dei chitarristi o compositori che considera particolarmente influenti nella sua formazione o che suggerisce come riferimento ai suoi tardi ancora studenti?
Nel periodo di formazione adolescenziale gli idoli di quei tempi erano Williams e Bream, così come poco più tardi Barrueco (con cui ho anche studiato) e Russel. Ma quel che suggerisco è sempre la curiosità, lo sviluppo della capacità di capire chi ha buon gusto nel suonare e chiedersi e capire perché quella bellezza ci attrae. Poi come non amare Pat Metheny, Norman Brown e tanti altri o Michel Petrucciani… ho imparato così tanto ascoltandoli!!!

Come bilancia la preparazione tecnica con l’interpretazione e l’espressione musicale nei suoi insegnamenti?
Fermo restando ciò che ho scritto prima, cerco di sovrapporre i due aspetti appena possibile, altrimenti poi diventa difficile coniugarli e capire quanto, per esempio, una diteggiatura possa o meno soddisfare la ricerca di suono, di un fraseggio o l’intenzione espressiva e interpretativa che si vuol realizzare.
Quali sono le competenze o conoscenze che considera essenziali per un musicista di chitarra classica in formazione oggi?
Ascoltare con attenzione qualunque sia la fonte musicale, non solo classica, e capire perché sia bella, chiedersene sempre il perché, facendone tesoro e non fermandosi all’estasi: questa se la può permettere solo chi non sarà un musicista nella vita… E nel frattempo organizzare un proprio progetto artistico, con curiosità e capacità speculativa per continuare a migliorare. Competenze essenziali... uhmm... be’, ritorno a quanto detto prima, le mani devono funzionare: sarebbe inutile avere un progetto senza mani, così come le mani senza un’idea musicale personale. Ovviamente non può mancare una profonda conoscenza della teoria, soprattutto dell’armonia, ed essere aperti all’evoluzione della musica.
Ci sono esperienze o progetti extracurricolari che consiglia ai suoi studenti per ampliare le loro prospettive musicali?
Lo dico sempre ai miei studenti: buttatevi e fate più esperienze possibile, sia per imparare che per crescere artisticamente. Andate a masterclass, ascoltate concerti, partecipate a festival di chitarra, anche solo per chiacchierare con altri musicisti o scoprire qualcosa di nuovo, fate networking. Ogni occasione è buona per alimentare la passione. La musica è prima di tutto qualcosa che si ama con il cuore, non solo con la testa. Più cose provi, più te la godi e più impari, anche senza accorgertene. Ovviamente tutto questo una volta che la formazione con il proprio docente è ben avviata, altrimenti si rischia la confusione.
Come viene vissuto, secondo lei, il ruolo del conservatorio oggi nella formazione dei musicisti? Ritiene che il percorso offerto sia adeguato alle esigenze del mondo musicale attuale?
Oggi il conservatorio continua a essere un punto di riferimento importante per chi vuole formarsi seriamente come musicista. Rispetto al passato, il mondo musicale è cambiato tantissimo: è molto più veloce, più vario e richiede competenze trasversali, non solo dal punto di vista musicale. Credo che il percorso offerto per ora è sufficientemente flessibile e aperto alle nuove realtà, non solo centrato sulla tecnica e sul repertorio classico. In numerosi conservatori si stanno già facendo passi avanti, introducendo corsi legati alla produzione, alla comunicazione, alla progettazione artistica. Ma in generale c’è ancora bisogno di aggiornare l’approccio per preparare i ragazzi a muoversi in un contesto lavorativo molto più ampio, veloce, legato alla digitalizzazione e articolato rispetto a quello di qualche decennio fa. Forse, ecco, inserirei un ambito formativo riguardante il self-management, questo manca dappertutto: oggi uno studente anche bravo ha poche risorse su questo piano, se non quelle che impara strada facendo.
Che consiglio darebbe a un giovane chitarrista che desidera intraprendere un percorso professionale nella musica classica?
Il primo consiglio che darei è di essere curiosi, avere tanta pazienza e non usare mai la parola “sacrificio”. Piuttosto direi “impegno” con se stessi e con la musica e la chitarra. Il sacrificio si identifica troppo con la sofferenza e non si può provare gioia se per tutta la formazione abbiamo condiviso questa parola: questo lo dico spesso ai miei studenti. La musica, la chitarra classica, richiedono studio, dedizione e costanza, ma è anche un percorso ricco di soddisfazioni se affrontato con passione: ecco, impegno e passione. E poi bisogna ascoltare tanto, non solo chitarra ma anche altri strumenti, altra musica, capire che anche in altri ambiti musicali c’è bellezza e saperne trarre nutrimento, aprirsi a diverse influenze e cercare il proprio modo di esprimersi. È fondamentale anche imparare come crearsi opportunità per esibirsi, confrontarsi con altri musicisti e superare la paura di mettersi in gioco (ma qui si apre un argomento infinito...). Oggi un chitarrista classico non deve solo saper suonare bene, ma anche sapersi raccontare, costruire progetti e soprattutto, saper comunicare con il pubblico la propria gioia, il risultato del proprio impegno (e non del sacrificio). E in ultimo, non perdere mai l'entusiasmo: è quello che tiene viva la musica e il fuoco dentro di noi, anche nei momenti più difficili.
Qual è il suo sogno o progetto musicale per il futuro, come docente o come musicista?
Alla mia età, a questo punto del mio percorso, il mio sogno non è tanto legato a nuove ambizioni personali, ma piuttosto al desiderio di lasciare un’eredità viva e significativa. Dopo tanti anni di concerti, insegnamento e incontri con giovani musicisti, sento sempre più forte il bisogno di trasmettere ciò che ho imparato: oltre la tecnica o lo stile, l’amore profondo per la musica, la disciplina, l’ascolto, il rispetto per l’arte, la ricerca estetica dell’espressività personale. Mi piace continuare a seguire i miei studenti, promuovendo progetti come NfG Camp per esempio, che uniscano diverse generazioni di musicisti, che raccontino storie, che creino connessioni autentiche. E comunque la progettualità è ormai così radicata in chi fa questo lavoro che non manca la voglia di dedicarmi ancora a qualche registrazione o pubblicazione, ma con spirito sereno, senza rincorrere il tempo: solo per il piacere di condividere qualcosa di vero e comunicare la mia gioia, il mio percorso...
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Intervista a cura di Alessandro Minci