Intervista a Giulio Tampalini


"Da bambino amavo la chitarra per la sua capacità di coinvolgere le persone con sincerità e immediatezza. Nel tempo ho imparato ad apprezzare il mistero ineffabile, il lato passionale e oscuro che si sprigiona dal cuore della chitarra, cogliendo nella sua timbrica, avvolta in un velo enigmatico e delicato, le infinite mutevolezze della voce umana e degli strumenti musicali."

Da dove nasce la tua passione per la chitarra?

Tutto nasce dalla simpatia, da un senso di freschezza ed energia che da sempre la chitarra mi ispira. Da bambino amavo la chitarra per la sua capacità di coinvolgere le persone con sincerità e immediatezza. Nel tempo ho imparato ad apprezzare il mistero ineffabile, il lato passionale e oscuro che si sprigiona dal cuore della chitarra, cogliendo nella sua timbrica, avvolta in un velo enigmatico e delicato, le infinite mutevolezze della voce umana e degli strumenti musicali.

 

Quali sono state le tappe fondamentali della tua carriera?

Senza dubbio la vittoria di alcuni concorsi internazionali mi ha aiutato a farmi conoscere ad un pubblico più ampio. Attraverso i concorsi e i concerti ad essi legati ho incontrato persone con cui ho intessuto rapporti professionali significativi che durano tutt’ora. Insieme a questo, vorrei sottolinare la mia esperienza nella musica contemporanea ai corsi estivi di Darmstadt, dove ho affrontato problematiche tecniche e musicali spesso ardue da districare, attraverso metodi che mi sono tornati utili per affrontare anche il repertorio tradizionale.

 

Quali personalità hanno influenzato la tua carriera e la tua formazione?

Per quanto riguarda la mia formazione, accanto al maestro Gianluigi Fia che mi ha seguito in Conservatorio a Brescia per i primi anni,  una figura per me importante è stata quella di Marco De Santi, musicista dalla personalità carismatica  che mi ha fatto comprendere la radice del fare musica, il senso di bellezza, armonia, tragedia o esaltazione che caratterizza ogni opera e che tutti gli interpreti dovrebbero saper raccontare, al di là delle note. Grazie ad un’altra personalità illuminata come quella di Angelo Gilardino ho approfondito in seguito il cuore dell’anailisi dell’opera, frutto di un insieme di angolazioni ampie e complementari che spaziano dalla musica alla fisica, alla pittura e all’architettura, alla ricerca della verità profonda contenuta in ogni nota. Sono poi tanti gli amici con cui ho condiviso e sto trascorrendo gli anni della mia carriera, ma per questi ci vorrebbe un intero elenco telefonico.

 

Il tuo repertorio è vastissimo, come sei riuscito a gestirlo e come riesci a mantenerlo?

Per costruire un repertorio ampio ci vuole innanzitutto molto studio. A questo aggiungo che negli anni “caldi” della mia preparazione (che dura tuttora), cioè dai diciotto ai trent’anni, mi sono sempre posto l’obiettivo di studiare ogni anno almeno una ventina o trentina di nuovi brani distribuiti tra opere dell’Ottocento, studi, brani moderni e contemporanei, sia che dovessi preparare concorsi o concerti sia nei momenti più tranquilli. Confesso che, a causa di questa mole di lavoro, mi sono trovato in certi casi a dovermi confrontare con una preparazione incompleta in occasione di concorsi in cui ho rischiato il risultato finale, ma pazienza, ciò che mi premeva di più era avvicinarmi idealmente al tipo di conoscenza di alcuni colleghi pianisti che frequentavo e che vedevo suonare con disinvoltura intere serie di sonate di Beethoven, concerti di Haydn, Mozart, studi di Chopin e così via. Ecco, se da un lato la frequentazione del mondo musicale extrachitarristico è stata per me sempre fonte di grande ispirazione, proprio nel confrontarmi apertamente con questo ambiente mi sono nati, in certi casi, alcuni complessi e di conseguenza la necessità di offrire una quadro più ampio e positivo possibile della chitarra.

Riguardo al modo in cui mantenere sempre “caldo” il repertorio, il metodo migliore consiste a mio parere nel ripeterlo con continuità, attraverso un sistema di rotazione costante dei brani. In questo modo si possono anche annotare i propri miglioramenti e l’aumento della padronanza sugli stessi pezzi.

 

Quale repertorio prediligi?

Negli anni mi sono allenato a scoprire i lati potenzialmente interessanti contenuti in ogni brano musicale e in questo mi ha favorito anche lo studio della musica contemporanea oltre ad una notevole dose di curiosità personale. Se però devo scegliere un filone compositivo a cui mi sento legato, opto per la musica che mi assomiglia di più, per varietà, energia, profondità e fantasia, indipendentemente dal periodo storico e dallo stile specifico. In generale penso di essere sempre alla ricerca di quella “luce” speciale che mi faccia ritornare ogni volta su un brano con piacere e rinnovato  coinvolgimento intellettuale ed emotivo.

 

Quanto credi sia importante la musica da camera nella formazione musicale?

Per me è fondamentale che ogni chitarrista dedichi una buona parte della sua attività allo studio e soprattutto al piacere della musica da camera, perché si tratta di uno dei metodi migliori per apprendere le modalità  che governano l’arte dei suoni. Nel nostro caso specifico, essendo chitarristi, grazie all’esempio di chi più di noi vive a contatto con il repertorio maggiormente ispirato della storia della musica, come gli archi e i fiati, possiamo imparare a comunicare al meglio le nostre idee, approfondendo lo stile esecutivo e la nostra sensibilità interpretativa.  

 

Quanto credi che la tecnica condizioni la riuscita ed il risultato di una interpretazione musicale?

Ritengo che lo studio della tecnica generale (arpeggi, scale, legature ecc.) unito alla risoluzione di problematiche relative a brani specifici sia fondamentale per la riuscita di ogni interpretazione. Il virtuosisimo più appariscente è quello della velocità di movimento ma non dimentichiamo che anche per suonare una singola nota, carica per esempio di nostalgia o di dolcezza, abbiamo bisogno di una tecnica precisa per eseguirla, oltre ad un’innata sensibilità d’animo.  

 

Che rapporto hai con l'insegnamento?

Ho sempre insegnato, fin da molto giovane, perché mi piaceva trasmettere ciò che sapevo ad altri cercando di appassionarli alla musica e alla chitarra. Ho avuto esperienza di insegnamento per anni in piccole scuole, accademie di provincia, che mi hanno aiutato a capire che in quegli ambienti c’è un cuore pulsante della fruizione della musica che va sempre valorizzato. Da alcuni anni insegno in Conservatorio e tengo masterclass in Italia e all’estero. Quando ho di fronte un allievo cerco di trovare con lui le chiavi di accesso verso il cuore di un brano musicale, accompagnandolo, grazie alle regole della tecnica, dello stile, della consapevolezza storica e analitica, verso la libertà completa di esprimere se stesso.

 

Come vedi il futuro della chitarra e cosa credi sia necessario fare per riportare lachitarra nelle grandi stagioni concertistiche?

E’ sotto gli occhi di tutti il miglioramento incredibile del livello dei chitarristi negli ultimi anni, ma nonostante ciò, si ha l’impressione di agire spesso all’interno di una grande famiglia, di un club musicale isolato rispetto alla musica che conta. Negli ultimi anni si è invocato spesso il ritorno di un nuovo Segovia ma quello che penso è che forse anche lo stesso Segovia faticherebbe ad imporsi al giorno d’oggi. Il punto è forse un altro. La chitarra degli anni d’oro del Novecento, con il pubblico che riempiva le sale da concerto per andare ad ascoltarla, offriva un’immagine capace di emozionare tutti, con un linguaggio allo stesso tempo ricercato e popolare. Quella formula andrebbe ripensata e adattata ai tempi moderni, che sono ovviamente diversi da allora; in questa scelta di repertorio sono necessarie intelligenza, capacità di lettura della realtà e un atteggiamento culturale allo stesso tempo sofisticato e assolutamente aperto al dialogo e al confronto.

 

Come ti poni di fronte alla musica cross-over ed alla musica contemporanea?

Per la visione che ho dell’attività artistica, ritengo che l’esperienza della musica contemporanea sia fondamentale per ogni musicista, al fine di comprendere meglio l’atto creativo e le sue implicazioni interpretative. Venendo a contatto diretto con le idee del compositore è possibile capire la natura di un brano, conoscerne le direzionalità e gli sviluppi, pertanto consiglio vivamente tanto lo studio quanto la frequentazione di compositori, studiosi e musicologi, per migliorare la propria percezione musicale generale.

Riguardo al genere cosiddetto “cross over” mi ritengo aperto e curioso. L’incrocio di elementi musicalmente lontani, le influenze pop, etniche e rock possono arricchire la musica classica, se utilizzate con intelligenza e originalità. Così come la letteratura contemporanea e la pittura accolgono ormai una varietà di stili a contatto diretto con la realtà di tutti i giorni, penso che anche la musica classica possa entrare nei vicoli delle città, negli appartamenti e nei grattacieli delle metropoli per raccogliere tracce, voci ed emozioni, restituendocele in un racconto globale del mondo d’oggi.

 

Hai pubblicato con Giovanni Podera un’ampia collana dedicata agli studi e le opere per chitarra di Sor, Giuliani, Carulli, Legnani, Carcassi, Sagreras, Tarrega  per le edizioni Curci, perchè questa scelta?

Le raccolte di studi e brani che abbiamo selezionato con Giovanni Podera si rivolgono alla fascia dei primi anni di studio fino al livello avanzato, in maniera graduale, lenta e mirata. Con questo progetto abbiamo voluto offrire un quadro didattico rinnovato e al passo con i tempi. Ogni volume possiede un CD allegato, con tutte le esecuzioni dei brani registrati da me.

 

Come credi che sia la situazione della chitarra nei Conservatori Italiani e che differenza noti con l'estero?

Al momento tutti i Conservatori italiani stanno vivendo la fase finale del passaggio verso il nuovo ordinamento che porterà ad un cambiamento radicale degli studi musicali nel nostro Paese. In Italia il livello degli studenti di chitarra nei Conservatori è stato sempre mediamente alto rispetto ad altre nazioni, anche rispetto per esempio agli Stati Uniti; per questo motivo credo che il nuovo assetto di studi sia positivo, proprio perché in linea con quanto accade al di fuori dell’Italia.

 

Consigli per i giovani?

Non faccio parte di quei positivisti che ritengono che perseguire un sogno con tenacia garantisca risultati di successo, in ogni caso penso che se un giovane possiede un desiderio completo e totale di suonare la chitarra facendone la propria professione, le vie per ottenere questo sogno siano numerose. Muovendosi tra insegnamento privato, scuole e accademie comunali, piccoli e grandi concerti, collaborazioni attive con altri musicisti, organizzazione di eventi di vario tipo, per arrivare ai concorsi nazionali ed internazionali e alle esperienze all’estero, le vie per guadagnare dal proprio lavoro di musicista esistono per tutti. Certamente una volta si sarebbe parlato di condizioni spesso incerte, senza sicurezza, da “precario” del lavoro, ma con i tempi che corrono mi sembra che il settore della musica offra una forma di precariato molto più sicura di altre attività.

 

Come è nato il tuo libro "Finalmente ho perso tutto" (Infinito Edizioni)?

Si tratta di una sorta di autobiografia, dai toni ironici e leggeri, scritta a quattro mani con Marcello Tellini, in cui voluto mettere a fuoco alcune problematiche legate alla vita del musicista, lo sviluppo di una carriera professionale, il rapporto con la musica e con il pubblico.

 

Nel tuo libro accenni al fatto che in gioventù hai accusato alcuni dolori cronici da sforzo alla mano sinistra, che hai risolto grazie alla medicina orientale e alla scienza energetica. Ci puoi raccontare di questa esperienza e che consiglio daresti ai giovani sulla consapevolezza energetica? 

Penso che gran parte della nostra salute e del nostro benessere derivi da un equilibrio interiore che si rivela anche a livello fisico. Occorre quindi porre attenzione su molti aspetti del nostro vivere quotidiano, anche su quello musicale, agendo nel modo più attento e bilanciato dal punto di vista fisico, razionale ed emozionale. Senza rinuciare a nessuna emozione, ovviamente, ma riconducendola ad un più ampio quadro personale.

 

Progetti per il futuro?

Al momento sto registrando due nuovi CD che usciranno tra la fine di quest’anno e l’inizio dell’anno prossimo, inoltre sto fissando nuovi tour di concerti in Asia e Stati Uniti, oltre a numerosi concerti in Italia e in Europa.

 

Che chitarra usi?

Dal 2008 suono chitarre del liutaio inglese Philip Woodfield. Si tratta di eccellenti strumenti di nuova concezione, caratterizzati da una straordinaria potenza e proiezione sonora legata ad una timbrica morbida e duttile. Queste chitarre sono ideali per le sale da concerto, sia da solisti che nella musica da camera, così come per le registrazioni. Certo, quello che dico sempre è che una buona chitarra aiuta certamente, ma un vero artista riuscirebbe a far suonare anche una tavola da surf.


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Intervista a Giulio Tampalini

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  • Runtime

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  • Release Date

    Novembre 27, 2021
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