News
La chitarra classica: un mondo che rischia di parlare solo a sé stesso (ma può ancora cambiare)
pubblicato il 17 Aprile 2026
La chitarra classica: un mondo che rischia di parlare solo a sé stesso (ma può ancora cambiare)
di Alessandro Minci & Massimo Delle Cese
Negli ultimi anni, il mondo della chitarra classica sembra attraversare una fase di progressivo restringimento. Non tanto in termini di qualità — che resta altissima — quanto nella sua capacità di comunicare al di fuori di un ambito sempre più chiuso e specialistico. È una sensazione diffusa: più questo universo si perfeziona tecnicamente, più rischia di isolarsi, diventando autoreferenziale.
Va però chiarito subito un punto: questa non è una critica contro il sistema dei conservatori o contro chi custodisce la tradizione. Al contrario, quel mondo è fondamentale e va difeso. Ma proprio perché è prezioso, merita anche uno sguardo critico, magari più pacato ma onesto, capace di interrogarsi sul rapporto con il presente.
Gran parte della vita chitarristica ruota attorno ai conservatori, ai concorsi e ai circuiti accademici. Questo ha generato una forte identità, ma anche un linguaggio spesso interno, comprensibile soprattutto agli addetti ai lavori. In questo contesto, una certa eredità della generazione dei “boomers” ha contribuito — forse involontariamente — a rendere il rapporto con il pubblico più difficile: un approccio talvolta didascalico, che ha finito per attribuire al pubblico stesso la colpa di non conoscere repertori di nicchia, spesso complessi persino per gli specialisti. Il risultato? Sale sempre più vuote.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. La chitarra classica è sempre meno presente nelle grandi stagioni concertistiche generaliste. Si è progressivamente ritagliata spazi propri — festival, rassegne monostrumentali, “circoli” dedicati — realtà preziose e vitali, certo, ma che rischiano di trasformarsi in recinti. Spazi che, invece di aprire, talvolta finiscono per allontanare un pubblico eterogeneo.
A questo punto, la domanda diventa inevitabile: come si esce da questa situazione?
Forse serve un cambio di prospettiva. Servirebbe, per la chitarra, una figura capace di parlare a un pubblico ampio, come ha fatto Ludovico Einaudi per il pianoforte. Un artista capace di costruire un ponte tra accessibilità ed emozione, senza per questo rinnegare la qualità — fatto salvo sempre il proprio progetto artistico. Eppure, quando questo accade nel mondo della chitarra, spesso la reazione è di diffidenza. Autori come Roland Dyens, Máximo Diego Pujol e in Italia Simone Iannarelli hanno cercato questa strada, ma spesso sono stati considerati “laterali”, quasi minori. Nel frattempo, figure come Giovanni Allevi o lo stesso Einaudi riempiono sale e raggiungono milioni di ascoltatori.
Il punto non è imitare, ma capire: perché ciò che è accettato per il pianoforte viene guardato con sospetto per la chitarra?
Un altro nodo cruciale è quello del suono. Il volume della vita quotidiana è cambiato: viviamo immersi in ambienti sonori intensi. Se il pubblico fatica a percepire le sfumature della chitarra, forse il problema non è del pubblico. L’amplificazione, oggi, non è più un tabù tecnico: esistono tecnologie capaci di rispettare il timbro dello strumento. Continuare a rifiutarla in nome di una purezza assoluta rischia di diventare una forma di chiusura, sempre — anche qui — fatto salvo il proprio progetto artistico.
E poi c’è la dimensione dell’esperienza. Già David Russell, oltre vent’anni fa, suggeriva di “imparare” qualcosa dal mondo del rock: non musicalmente, ma in termini di coinvolgimento. Un concerto oggi è anche visione, atmosfera, immersione. Luci, spazio, presenza scenica: tutto contribuisce. Se togliessimo a un grande concerto rock palco, luci ed effetti, lasciando solo i musicisti su uno spazio minimo, riempirebbe ancora uno stadio? Probabilmente no.
Allo stesso modo, anche nella musica classica — e nella chitarra in particolare — è lecito chiedersi: perché limitarsi all’ascolto, quando si possono attivare più livelli sensoriali? D’altronde, anche il modo in cui un artista si presenta sul palco è parte del messaggio: la vista è il primo senso che entra in gioco, ancora prima della prima nota.
Infine, forse la riflessione più importante riguarda il rapporto umano con il pubblico. Se lo spettatore viene percepito come “non all’altezza”, se viene messo in soggezione o lasciato fuori da un linguaggio troppo chiuso, non sorprende che le sale si svuotino o che si faccia fatica a superare poche decine di biglietti venduti. La musica non può permettersi di guardare dall’alto chi dovrebbe invece accogliere.
La chitarra classica ha tutto per parlare al presente: intimità, profondità, versatilità. Ma per farlo deve uscire, almeno in parte, dalla sua zona di comfort. Non per rinnegare ciò che è, ma per tornare a essere ciò che è sempre stata: uno strumento capace di emozionare, comunicare e connettere.
Perché la musica, prima di essere un patrimonio da custodire, è un linguaggio da condividere.
Alessandro Minci - Massimo Delle Cese